St. Lawrence Island

St. Lawrence Island

La primavera stava per terminare in Iowa, quando Sylvenes “Vene” Gambell, sua moglie Nellie Webster Gambell e la loro piccola figlia Margaret, si apprestavano a intraprendere il viaggio di ritorno.
La bambina ormai stava bene, l’inverno era alle spalle e dopo aver compiuto un anno d’età era pronta per vivere nell’isola in cui era nata, St. Lawrence, Alaska, nel mare di Bering.
Erano dovuti tornare nel continente proprio per lei, per salvaguardare la sua salute, visto che nell’isola non c’erano le condizioni per badare alle cure necessarie alla neonata.
Quel lungo viaggio che ora dovevano affrontare lo conoscevano già, i Gambell infatti arrivarono nell’isola come missionari della Chiesa Presbiteriana.

La famiglia Gambell e il viaggio

Lui, Vene, e sua moglie, di 11 anni più giovane, arrivarono nel luglio del 1894 con la U.S. Revenue Cutter Bear, più comunemente conosciuta come la The Bear.
Dopo le prime difficoltà, dovute al brusco cambio di vita, si adattarono perfettamente e cominciarono ad amare quella vita fatta di poche cose, assieme agli abitanti Yupik del posto. Poi il 13 aprile del 1897 nacque la loro prima figlia, Margaret.

CAE schooner 'CGS Alaska' - Point Barrow, Alaska

Erano rientrati in Iowa con la stessa nave con cui si accingevano a ripartire, la Jane Gray, l’unica che faceva il tragitto da Seattle a Kotzebue Sound, da cui poi, con altri mezzi, avrebbero raggiunto la loro destinazione finale.
Era un viaggio lunghissimo, faticoso, pieno di imprevisti, un’odissea se paragonato ai moderni standard di viaggio.
Salparono da Seattle il 23 maggio del 1898, nella nave, col capitano Ezekial Crockett c’erano in tutto 64 passeggeri, la maggior parte dei quali erano esploratori che si recavano in Alaska, era l’epoca della corsa all’oro.

La spedizione italiana

Tra questi anche una spedizione di esploratori italiani, organizzata per volere del principe Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, nipote del primo re d’Italia Vittorio Emanuele II, e guidata dal Edward Sturgis Ingraham, 46enne di Seattle, conosciuto come The Major Ingraham, amico personale del principe.
Della spedizione italiana si occupò anche il New York Times, che ne annunciò la partenza in un trafiletto il 26 marzo del 1898.

La tempesta

La piccola Margaret era la più piccola di tutti i viaggiatori e divenne ben presto la gran attrazione del viaggio, con i suoi sorrisi e la sua gioia.
Fu lo stesso New York Times in un articolo apparso il 2 giugno del 1898 a dare la triste notizia che il 26 maggio, tre giorni dopo la partenza, la Jane Grey era affondata, vicino all’isola di Vancouver.
Una forte tempesta mise in difficoltà l’imbarcazione e forse a causa di una collisione con un blocco di ghiaccio, in pochi minuti la Jane Grey andò a picco. Solo 27 dei viaggiatori presenti riuscirono a imbarcarsi sulle scialuppe di salvataggio e, dopo venti ore di angosce e stenti, furono tratti in salvo e portati in stato di shock nella località di Victoria.
I Gambell no, non riuscirono a salvarsi e furono considerati dispersi in mare.
La Jane Grey rimase per sempre nel fondo dell’oceano.
Fu questa la triste fine di quella famiglia devota e religiosa che si era trasferita per insegnare nella località di Sivuqaq, isola di St.Lawrence.

Gambell e Savoonga

Il fratello di Vene successivamente si recò nell’isola per comunicare la triste notizia e chiese agli abitanti del villaggio se avessero voluto cambiare il nome della località in memoria dei Gambell. Gli abitanti, affezionati a quella famiglia originaria dell’Iowa, accettarono di buon grado e da quel momento il villaggio cominciò a chiamarsi Gambell. Nell’isola attualmente ci sono solo due centri abitanti, Savoonga, nella zona centro-settentrionale, circa 700 abitanti, e appunto Gambell, nella zona nord occidentale, anche in questo caso circa 700 abitanti.

L’isola di St. Lawrence

In rosso l’isola St Lawrence - commons.wikimedia.org

L’isola di St. Lawrence si trova a sud dello stretto di Bering ma le condizioni climatiche sono molto simili, con inverni freddissimi, dove la temperatura può arrivare fino a -40 gradi e l’oceano è ghiacciato, ed estati fresche con temperature che non superano i 10 gradi. Nessun albero è presente, solo la vegetazione subartica caratteristica della tundra.
L’isola, coi suoi 4640 kmq, è decisamente più grande delle Diomede, per farci un’idea è poco più grande grande dell’isola di Mallorca in Spagna, ciò permette una vita meno limitata ma pur sempre piuttosto dura ed estrema.
É abitata quasi interamente da nativi di etnia Yupik, imparentati con gli Yupik siberiani, anche perché l’isola è più vicina alla Siberia di quanto lo sia all’Alaska, tant’è che, quando il cielo è limpido e non c’è nebbia, si può vedere sullo sfondo l’Asia.
È una popolazione dedita alla caccia alla balena e di altri animali, quali foche e trichechi, tant’è che è considerata la capitale mondiale del Walrus, ayveq in lingua locale, il tricheco appunto.
La caccia e la pesca sono la fonte primaria dell’alimentazione di questi villaggi e i recenti cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova la vita di questi nativi, fatto per altro già capitato nella storia.

La missione

Tra il 1878 e il 1880 infatti una terribile carestia stremò la popolazione locale, decimandola e costringendo alcuni ad emigrare per cercare una vita migliore.

Fu il professor Sheldon Jackson, in quegli anni a visitare l’isola e a rendersi conto della situazione, aggravata anche dal consumo eccessivo dell’alcol.
Lui e Mike Healy, il capitano della The Bear, divennero amici e cominciarono a viaggiare nelle acque dell’Alaska per portare ordine e regole, con tre scopi dichiarati, fermare la fame, interrompere la fornitura di alcolici e mettere su una scuola e una chiesa.
Le poche navi che passavano da lì infatti, oltre a generi di prima necessità, scaricavano anche fiumi di bevande alcoliche.
Anni prima fu fatta costruire una grande abitazione in legno che doveva servire come chiesa per gli abitanti ma che in realtà non fu mai utilizzata né occupata, almeno fino a quando fu rilevata proprio da Jackson che poi convinse Vane Gambell, conosciuto durante i suoi viaggi per l’America continentale, a trasferirsi per occuparsi della scuola e per evangelizzare gli abitanti.

A descrivere la vita quotidiana dell’isola alla fine dell’800 fu proprio Gambell che teneva uno scambio epistolare, tuttora conservato, con una conoscente Miss Mattie B. Hunt del suo paese di origine, Wapello, Iowa e che scrisse inoltre una sorta di diario di memorie intitolato The Schoolhouse Farthest West.

L'attualità

Attualmente il viaggio verso l’isola non è così proibitivo soprattutto perché nei due centri abitati ci sono due aeroporti, il Gambell Airport e il Savoonga Airport, che la collegano col resto dell’Alaska, passando per l’immancabile Nome, vero e proprio centro di riferimento per il trasporto in queste zone estreme. Bering Air e Ravn Alaska offrono vari voli giornalieri della durata di circa 50 minuti - 1 ora, sia per Savoonga sia per Gambell.
Nell’isola a partire dal 1952 e fino al 1972 era operativa una base aerea militare Northeast Cape Air Force Station che tra le altre cose è sospettata di aver svolto esperimenti con sostanze tossiche, fatto che, sebbene sempre negato dalle autorità, provocò un’incidenza di cancro e altre malattie negli abitanti dell’isola. Attualmente tutte le installazioni militari sono state bonificate, anche se il tasso di persone affette da cancro rimane al di sopra della media nazionale.

Northeast Cape Air Force Station - U.S. Army Corps of Engineers Digital Visual Library

Tra le due località, distanti circa 60 km, ci sono strade sterrate percorribili quando il fondo non è ghiacciato anche da normali auto qui presenti benché in numero limitato.
D’inverno oltre alle moto da neve e i quadricicli, persiste il tradizionale mezzo di trasporto delle slitte trainate dai cani.

Per sempre

Se chiedi a un anziano del posto ti racconterà di come prima fosse tutto tranquillo e silenzioso e che l’arrivo delle moto abbia rovinato tutto. Da che mondo è mondo, esisterà sempre la nostalgia per i bei tempi andati, anche se magari erano tempi di stenti e di condizioni umane al limite. Ma almeno c’era silenzio.

Li capisco, i rumori moderni tolgono poesia, uniformano un mondo antico che è così, coi suoi silenzi, da migliaia d’anni.
Arrivando in quest’isola in aereo, vedrete dall’alto la strana e piatta forma del centro abitato di Gambell e poco più in là Savoonga, molto simile.
Qui conoscerete gli anziani che vi racconteranno dei bei tempi antichi o di quando l’esercito sovietico attaccó queste zone, o di quella volta in cui videro di fronte a loro la sagoma enorme di un orso polare.
Le donne vi racconteranno di come preparavano i vestiti tradizionali per le occasioni speciali e di come aiutavano gli uomini nella divisione della balena appena cacciata.
Vi racconteranno delle navi che periodicamente portavano qui elementi di novità, come la The Bear e il suo sgangherato equipaggio, fatto di marinai ubriaconi che attraversano i mari più impossibili e portavano fiumi di rum e di alcol per chi come loro voleva scappare da qualcosa.

Gambell e il mare ghiacciato - 176th Wing Alaska Air National Guard

Ve lo racconteranno in inglese, con quell’accento particolare, con ogni tanto incomprensibili suoni che altro non sono che parole in lingua locale.

Forse vi racconteranno di quel reverendo Vane e di sua moglie Nellie e della loro bellissima storia d’amore, fatta di fede e di straordinaria dedizione al loro lavoro di missionari.

E sicuramente vi racconteranno del grande indimenticabile sorriso della piccola Margaret.

[ Arcivio fotografico della famiglia Gambell a cura di Marilyn Mathews Lambert ]

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